C'è una storia che ci stanno raccontando da un paio d'anni, e suona così: l'intelligenza artificiale arriverà, automatizzerà il lavoro, sostituirà i mediocri, premierà i bravi, libererà tempo per le cose importanti. È una storia ben scritta. Ha protagonisti carismatici, numeri impressionanti, un'estetica futurista pulita. Manca solo una cosa: gli esseri umani.
Non ci sono, nelle slide dei keynote. Ci sono workflow, agent, automazioni end-to-end, productivity boost del trecento percento. Le persone compaiono come sagome, sullo sfondo, con la testa china sul laptop. Sono il problema da risolvere, non la ragione per cui esiste tutto il resto.
Glitch nasce qui. Nasce dall'irritazione di sentirsi spiegare l'intelligenza artificiale da chi non ha mai aperto la porta di una piccola impresa italiana. Da chi vende corsi di «AI per imprenditori» senza aver mai seduto a un tavolo con un imprenditore vero — uno di quelli che ha cinquantacinque anni, dodici dipendenti, un fornitore che non risponde alle mail e una figlia che vorrebbe entrare in azienda ma forse no. Da chi tratta l'EU AI Act come un fastidio invece che come la prima cosa seria che l'Europa abbia detto sull'intelligenza artificiale negli ultimi cinque anni.
Glitch è il rumore in macchina. È quello che non torna nel quadro. È la voce che dice: aspettate, prima di automatizzare tutto, ci siamo ricordati che dall'altra parte c'è una persona che dovrà capire cosa sta succedendo, e perché?
Lo dico chiaramente, perché tutti girano intorno: l'intelligenza artificiale, oggi, non è intelligente. È statistica applicata su scala industriale. È utile, è potente, è una delle invenzioni più importanti degli ultimi trent'anni. Ma non pensa, non capisce, non vuole. Pensare, capire, volere sono ancora cose nostre. E la sfida non è quanto presto possiamo fare a meno di noi stessi — è quanto bene possiamo lavorare insieme.
Per fare questo bene, ci sono quattro cose che la narrazione corrente sbaglia, e che Glitch rifiuta.